Il commento di Costanza Stoico, responsabile del Dipartimento problemi delle famiglie, violenza di genere, femminicidio, bullismo e adescamento on line: un richiamo alla necessità di prevenire i drammi familiari attraverso la solidarietà, l’educazione e il sostegno ai legami, principi cardine della Democrazia Cristiana La tragica vicenda che si è svolta a Gemona del Friuli il 25 luglio, come tutti i delitti di sangue che vedono coinvolta una madre che uccide il proprio figlio, suscita da un lato scetticismo e dall’altro orrore. Benché il codice penale italiano non contempli ancora il termine figlicidio, questo termine indica l’uccisione di un figlio da parte del padre o della madre. Dal 2010 nel nostro Paese sono stati uccisi dai genitori 268 figli, di cui il 55,6% al di sotto dei 12 anni; nell’87% dei casi l’autore del figlicidio è il padre. Quando è la madre ad uccidere, come in questo recente caso di cronaca, provoca nell’opinione pubblica un sussulto di emozioni.
La vittima di Gemona del Friuli non è un bambino, pertanto la motivazione della madre non può essere ricondotta alle classiche tipologie nosografiche: le battering mothers, le madri negligenti, le madri che uccidono i figli indesiderati o che non sono più funzionali alla relazione, le madri vendicative nei confronti del compagno, le madri che negano la gravidanza e fecalizzano il neonato, le madri che spostano il desiderio di uccidere la loro madre cattiva e uccidono il figlio cattivo, le madri che trasformano i figli in capri espiatori di tutte le loro frustrazioni, le madri che uccidono per pietà, per salvare il figlio o quelle che, volendo suicidarsi, uccidono invece il figlio.
Alessandro Venier aveva 35 anni e sembrava in buone condizioni di salute; pertanto, la motivazione di questo efferato omicidio va ricercata all’interno di dinamiche familiari altamente disfunzionali, caratterizzate probabilmente al loro interno anche da varie forme di violenza domestica. Andrebbe analizzato con cura il tipo di relazione che intercorreva tra i tre soggetti nell’ultimo anno e, precedentemente, quella tra madre e figlio, che dalle poche notizie che emergono potrebbe essere stata caratterizzata da un doppio legame. È possibile, inoltre, che tra la compagna e la madre della vittima si sia creato un rapporto di dipendenza affettiva che abbia determinato una folie à deux, dove l’idea delirante dell’una è stata trasmessa all’altra proprio in virtù del forte legame di interdipendenza psicopatologica tra le due donne.
Emerge dalle prime dichiarazioni degli inquirenti che nessuna delle due donne volesse, per motivi diversi, che l’uomo si trasferisse all’estero: la madre perché non voleva rimanere da sola, la compagna perché non voleva tornare nel suo Paese d’origine. Il modus operandi dell’omicidio, altamente organizzato, è caratterizzato da overkilling: l’uomo sarebbe stato narcotizzato, gli sarebbe stata somministrata anche dell’insulina, quindi soffocato, tagliato a pezzi e ricoperto di calce.
Probabilmente, se avessimo intercettato in tempo i segnali del grave disagio psicologico dell’intero nucleo familiare, avremmo potuto individuare gli interventi da porre in essere prima che si consumasse la tragedia. La stessa raccomandazione che deve valere davvero per tutti è quella di imparare a riconoscere precocemente i segnali di pericolosità all’interno delle relazioni affettive e di chiedere tempestivamente aiuto ai servizi territoriali, perché troppo spesso il luogo dove ci si dovrebbe sentire protetti e al sicuro può diventare il luogo dove si consumano i peggiori crimini, come dimostrano le 51 donne vittime di femminicidio nei primi mesi del 2025.
Non possono esserci vittime di serie A e vittime di serie B e, soprattutto, non devono più esserci bambini vittime secondarie dei crimini familiari.

