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Democrazia Cristiana

Un eroe di 16 anni. Aymane e la sfida dell’immigrazione che l’Italia non vuole vedere

2025-06-16 19:05

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Un eroe di 16 anni. Aymane e la sfida dell’immigrazione che l’Italia non vuole vedere

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Di Elisabetta Trenta

Aymane Ed-Dafali aveva solo 16 anni. Era marocchino, viveva in Veneto con la sua famiglia da tre anni, e sabato pomeriggio si trovava a Lido Estensi, sulla costa ferrarese, per una giornata di sole e mare con alcuni amici. Una gita, un pedalò, un pomeriggio come tanti. Ma Aymane ha finito per compiere un gesto straordinario: ha salvato due sconosciuti — un ragazzo e una ragazza italiani — che stavano per annegare nel Canale Logonovo, in una zona vietata alla balneazione per via delle forti correnti.

Li ha visti in difficoltà, sospinti al largo. Non ha esitato. Si è tuffato, anche se non era un nuotatore esperto. Ha aiutato entrambi a rientrare verso riva. Quando i bagnini sono intervenuti, hanno preso in carico la coppia e solo allora si sono accorti che mancava qualcuno. Era lui. Il suo corpo è stato ritrovato venti minuti dopo, ma era ormai troppo tardi.

Aymane è morto da eroe, in silenzio. Morto salvando due vite che, per ora, non hanno nemmeno lasciato un nome: la coppia si è allontanata subito dopo e non ha ancora fornito testimonianza. Ma quello che è accaduto non può essere ignorato, perché racconta qualcosa di profondo — e troppo spesso rimosso — della nostra società.

Viviamo in un Paese in cui l’immigrazione è diventata la scorciatoia per spiegare ogni disagio, ogni paura, ogni insicurezza. Basta accendere la televisione o leggere i social: si parla degli immigrati quasi esclusivamente in termini di crimine, degrado, pericolo. Si alimenta così un clima costante di sospetto e di disprezzo, che non solo è ingiusto, ma anche profondamente disumano.

E invece Aymane, con il suo gesto, ci ricorda chi siamo e chi possiamo essere. Ci ricorda che dietro ogni volto c’è una storia. Dietro ogni migrante, un essere umano.

Per questo, oggi, voglio dire con forza qualcosa di chiaro: l’immigrazione non è la causa dei mali italiani. È una sfida. E nella parola “sfida” c’è anche la possibilità di una soluzione.

Una sfida si può perdere — se gestita con superficialità, disumanità, o peggio ancora con la propaganda — oppure si può vincere, se affrontata con politiche serie, concrete, eque. Una sfida si vince quando si smette di usare l’immigrazione come spauracchio e si inizia a considerarla una realtà strutturale, da governare e non da rimuovere. Una sfida si vince con l’integrazione, con la scuola, con il lavoro, con il rispetto.

Invece, oggi, assistiamo a misure “bandiera” — come il centro per migranti in Albania — che non hanno alcuna efficacia strutturale e che rispondono solo alla logica del simbolo, non a quella della soluzione.

Aymane Ed-Dafali ha fatto ciò che nessuna legge imponeva e che pochi avrebbero avuto il coraggio di fare: ha sacrificato se stesso per salvare due vite. Ha dimostrato cosa significhi essere parte di una comunità, anche se quella comunità troppo spesso non ti riconosce.

Come Segretario della Democrazia Cristiana, ho deciso di inviare una lettera al Ministro dell’Interno, attraverso la Prefettura di Rovigo per proporre al Presidente della Repubblica il conferimento di una medaglia al valor civile alla memoria per Aymane. È il minimo che possiamo fare per onorare una vita spezzata nel gesto più nobile: dare sé stessi per gli altri.

Non possiamo restare in silenzio. Non possiamo dimenticare.

Grazie, Aymane. Per averci ricordato il senso più profondo della parola “umanità”.

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